“DOVETE AIUTARMI, MIO MARITO HA FATTO UNA COSA ORRIBILE. DEVE ESSERE PUNITO” – A PIACENZA UNA 30ENNE AFRICANA HA DENUNCIATO IL MARITO DOPO AVER SCOPERTO CHE LE FIGLIE MINORENNI ERANO STATE SOTTOPOSTE A INFIBULAZIONE, LA BARBARA MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE CHE PREVEDE L’ASPORTAZIONE DEL CLITORIDE – L’UOMO AVEVA PORTATO LE FIGLIE IN AFRICA UFFICIALMENTE PER UNA VISITA AI PARENTI: ORA RISCHIA GROSSO VISTO CHE LA LEGGE…

Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera”

 

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«Dovete aiutarmi, mio marito ha fatto una cosa orribile. Deve essere punito…». Era sconvolta, questa donna che nello scorso maggio si è presentata ai carabinieri di Piacenza. Originaria di uno stato del centro Africa, sui trent’ anni, aveva scoperto che le sue figlie, due bambine, erano state sottoposte ad infibulazione, la barbara mutilazione genitale femminile che prevede l’asportazione del clitoride.

 

Sarebbe successo durante un viaggio che l’uomo – un religioso che svolge la sua attività fuori dall’Italia – ha fatto nel suo Paese e durante il quale ha portato con sé le piccole. L’arresto è scattato quando, qualche giorno fa, ha fatto ritorno a Piacenza, lasciata per un altro periodo all’estero. L’inchiesta giudiziaria, affidata alla procuratrice Grazia Pradella e alla sostituta Daniela Di Girolamo, nel frattempo era stata avviata. Una visita ginecologica alla Asl ha confermato ciò che la madre aveva messo nero su bianco nella denuncia: e cioè che le bimbe erano state infibulate mesi prima.

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Suo marito ora rischia una condanna pesantissima: la legge italiana prevede pene fino a 12 anni per il reato di infibulazione anche se compiuto all’estero, purché chi lo commette o lo fa commettere risieda nel nostro Paese. Per lui c’è anche l’aggravante di avere inflitto la criminale pratica alle figlie minori. Proprio per via della tutela della privacy delle bimbe, filtra molto poco dagli investigatori. Il religioso – incensurato, in Emilia da diversi anni – avrebbe portato con sé le bambine durante un viaggio risalente allo scorso anno nel suo Paese.

 

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Qui, nel corso di questa specie di «vacanza» in cui si è ricongiunto con il clan familiare, ha fatto infibulare le figlie. Non è chiaro se la moglie immaginasse cosa sarebbe successo alle piccole, rimaste lontane da lei per diversi mesi. Ma è certo è che la decisione di sporgere la denuncia è stata «difficilissima, la sua è stata una vera e propria richiesta d’aiuto», racconta uno degli investigatori piacentini.

 

La donna da subito è stata affidata a una psicologa dell’Arma che ha seguito sia lei che le bimbe. Nei prossimi giorni sarà affidata ai Servizi sociali del comune di Piacenza e non è escluso che la Procura decida di porle tutte in una struttura protetta. Il caso – anticipato dal quotidiano cittadino Libertà – ha creato sconcerto a Piacenza. Dall’inizio dell’anno le ginecologhe dei consultori familiari dell’Ausl provinciale – che, coordinati da Cristina Molinaroli, svolgono con i centri antiviolenza un’incessante azione di sensibilizzazione, soprattutto a scuola – hanno visitato una decina di donne che hanno subito l’infibulazione, tutte nei Paesi di provenienza.

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Le donne più esposte arrivano per la maggior parte da Egitto, Somalia, Corno d’Africa, Yemen, Guinea, Mali, Burkina Faso, Nigeria e Sud-est asiatico. I racconti raccolti sono la fotocopia di quello che la mamma delle due bimbe ha denunciato ai carabinieri. Sono i padri – ma talvolta anche le madri – a portare le figlie nei loro paesi con la scusa delle vacanze. Poi le bambine tornano con l’infibulazione, non di rado indottrinate a ritenere corretta questa pratica che viene eseguita, in genere, prima dei 12 anni.

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Ora scuote la testa Yassine Baradai, segretario nazionale dell’Unione delle Comunità islamiche d’Italia e anche il presidente della folta comunità islamica di Piacenza. «L’infibulazione è una pratica barbara e tribale – dice Baradai al Corriere della Sera – che non trova nessun fondamento nelle religioni. È necessario contrastarla e debellarla in tutti i modi».

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Redazione Dagospia