UKRAINE RUSSIA CONFLICT

Fornire armi all’Ucraina può essere l’idea giusta per spegnere il fuoco della guerra innescata dalla Russia? O si rischia al contrario che gli armamenti diventino la benzina che finirà per alimentare la violenza? In queste ore il dibattito italiano sembra polarizzato su queste due posizioni antitetiche. upday ne ha parlato con Romina Perni, Research fellow presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, e Fabrizio Coticchia, professore associato di Scienza politica all’Università di Genova.

Coticchia: “Armi all’Ucraina? “Questione di obiettivi”

Il parlamento italiano ha approvato una risoluzione relativa all’Ucraina che consente la secretazione degli atti di fornitura di armi, in deroga alla legge 185/90 che norma la vendita e il trasferimento di dispositivi della difesa, che ogni volta va approvato dal legislativo. In estrema sintesi, è un sì all’invio di armi nel Paese. A prescindere dagli aspetti normativi, però, c’è da chiedersi quali opportunità e rischi possa contenere sotto il profilo politico e strategico il sostegno militare all’Ucraina. Secondo Fabrizio Coticchia, il tema si può affrontare con una duplice chiave, a seconda degli obiettivi che ci si pone. “L’invio delle armi può essere visto come una forma di supporto all’Ucraina, come un momento nel quale comunque Italia e Paesi europei danno un contributo affinché Kiev non cada e la Russia incontri delle difficoltà da un punto di vista militare”, spiega l’esperto. “L’invio di dispositivi per la difesa può anche essere interpretato come un tentativo di spingere con più forza Putin al tavolo delle trattative, anche se personalmente non penso sia così”, prosegue Coticchia.

“D’altra parte – argomenta lo studioso – la letteratura scientifica è abbastanza chiara sul fatto che se si mandano armi in un posto, in quel posto la violenza aumenta. Non ci sono particolari dubbi da questo punto di vista”. Alla luce di questo “se l’obiettivo è quello di una de-escalation immediata chiaramente quella di inviare armi non è una scelta razionale”, puntualizza Coticchia. “Discorso diverso, come già detto, è se l’obiettivo è quello di aumentare le difficoltà di Mosca e dare un segnale, elemento chiave secondo me, di unità e compattezza nei confronti della Russia”.

Militarizzazione dell’Ue e difesa comune

“Poi c’è il tema più legato all’aspetto giuridico italiano. Anche in passato però abbiamo inviato armi, ad esempio ai curdi nel 2014, per difendere persone e comunità che erano sotto attacco. È un qualcosa che va oltre il trattato sul commercio delle armi del 2013 (Arms Trade Treaty – ATT, ndr) che tendenzialmente andrebbe rispettato evitando di far arrivare armi in un contesto dove rischiano di essere coinvolte vittime civili”, spiega ancora Coticchia. “L’elemento ‘interessante’ di tutta la vicenda è che quella di inviare armi è una scelta che si inserisce nel contesto di un più ampio cambio di paradigma verso la militarizzazione, cioè un massiccio uso dello strumento militare nel contesto italiano ed europeo. Già un presidente del Consiglio che dice esplicitamente ‘non è tempo di pace’ è di per sé abbastanza significativo, come pure l’Alto rappresentante della politica estera Ue Josep Borrell che dice ‘siamo contenti di essere un hard power in questo momento’”.

Proprio a livello europeo, gli avvenimenti ucraini hanno tutto il potenziale per riaprire il dibattito sulla difesa comune, tema già tornato in auge dopo il ritiro statunitense dall’Afghanistan ad agosto scorso. “Siamo chiaramente in un momento di evoluzione, di cambiamento. Però ci sono problemi legati alle capacità: si possono aumentare le spese militari nell’Unione europea ma poi servono diversi anni a mettere in campo le relative capabilities. In secondo luogo la deterrenza collettiva convenzionale nucleare resta demandata alla Nato. Infine si pone la questione degli interessi dei singoli: al momento (per quanto riguarda l’Ucraina, ndr) gli europei sono tutti uniti, ma quando la crisi sarà finita andranno d’accordo l’Italia – che ha come priorità il Mediterraneo – e ad esempio ungheresi e polacchi che hanno priorità diverse?”, conclude lo studioso.

Perni: “Esplorare altre vie e fare da mediatori “

“Personalmente credo che al momento vadano esplorate altre vie”, sostiene invece Romina Perni in riferimento all’invio di armi a Kiev. “Il rischio principale dell’invio delle armi è quello di creare un’escalation non più controllabile, che poi è la posizione adottata da alcune associazioni e realtà che lavorano sul tema del disarmo. In un contesto come questo la via più efficace è quella di un’Europa che si fa paciere fra le parti, e l’Italia dovrebbe seguire”, prosegue. “Inoltre, nel momento in cui si forniscono armi, bisogna scongiurare il rischio di non sapere quando arriveranno e nelle mani di chi. È un momento di forte difficoltà in cui i rischi relativi ad una scelta di questo tipo sono maggiori rispetto ai vantaggi”, secondo Perni. “Si potrebbe fare anche un discorso generale sul tema dell’utilizzo delle armi, e il punto è anche questo, ma è più una questione di scopo, che deve essere quello di evitare una guerra più grande di quanto già non lo sia”, conclude la studiosa.

Romina Perni è autrice assieme a Roberto Vicaretti del libro ‘Non c’è pace. Crisi ed evoluzione del movimento pacifista’. Nel volume i due autori cercano, grossomodo, di rispondere alla domanda: “Che fine hanno fatto i milioni di persone che nel 2003 protestavano contro gli interventi armati in Iraq?”. In questi giorni, nelle piazze d’Italia e in tutta Europa, si può dire che c’è stato qualcosa di paragonabile in qualche modo a quella stagione. “Sebbene le guerre abbiano continuato a esserci il pacifismo è cambiato, non è più un movimento di massa e ha perso parte del suo appeal. Sicuramente in questa occasione è tornato fuori un forte sentimento anti-guerra, che per la verità in quei movimenti non si era mai perso. Le associazioni e i gruppi culturali che compongono il movimento pacifista hanno sempre continuato a lavorare su temi come il disarmo e la cooperazione internazionale. Il problema è anche mediatico, nel senso che c’è da chiedersi quanto e come possa incidere un attivismo del genere in un contesto diverso da quello attuale”, conclude Perni.

Autore: Francesco Petronella per UpDay