Tra qualche mese, esaurita la fase emozionale, torneranno a emergere resistenze al cambiamento?
L’attenzione e la mobilitazione internazionale che stiamo osservando in questo momento non ci fanno presagire alcun rallentamento in questa tendenza. Anche perché la pandemia ha mobilitato organismi internazionali – come il World Economic Forum, che ha annunciato la Great Reset Initiative, tema su cui si concentrerà il summit del gennaio 2021. Ha inoltre agito da forte catalizzatore per i Governi, come nel caso dell’Unione Europea, che ha fatto pressioni perché il Green Deal europeo fosse inserito nei piani di ripresa e nell’ambito del prossimo ciclo di bilancio dell’Ue.

Gran parte del mondo è in recessione a causa delle conseguenze del Covid. C’è chi sostiene che la transizione energetica non sarà a costo zero ma porterà a una temporanea ulteriore riduzione della crescita del Pil mondiale. Che previsioni fate?
Una parte fondamentale della transizione energetica sarà legata alla creazione di nuovi settori attraverso il finanziamento di investimenti e l’innovazione delle tecnologie a basse emissioni di carbonio. Questo processo richiederà una forte attenzione su temi come la creazione di posti di lavoro, l’occupazione, la formazione e il miglioramento delle competenze. Se i governi, le società e gli altri stakeholder coinvolti svilupperanno, attueranno e investiranno nel modo giusto nel progresso tecnologico necessario al cambiamento, garantendo allo stesso tempo il rispetto dei posti di lavoro e della comunità, non assisteremo a temporanee riduzioni del Pil.

Non accelerare la transizione energetica avrebbe ricadute sull’economia?
Non affrontare il cambiamento climatico attraverso modifiche di sistema, come la transizione energetica, comporterebbe un impatto negativo sulla crescita nel lungo periodo. Le conseguenze del riscaldamento globale, tra cui la crescente gravità e il numero di catastrofi naturali e la diffusa perdita di biodiversità, distruggeranno infatti numerosi sistemi economici e sociali oggi esistenti.

Il ruolo delle grandi banche è importante per accompagnare le aziende verso la transizione energetica. Ma anche la posizione dei maggiori investitori istituzionali ha un peso decisivo. Ritiene che, dopo la svolta green annunciata da BlackRock a inizio 2020, i temi del climate change siano entrati davvero anche nell’agenda dei grandi fondi d’investimento?
Le questioni relative ai cambiamenti climatici stanno diventando sempre più prioritarie all’interno delle agende dei grandi fondi di investimento. Questa tendenza era ben avviata già prima dell’annuncio della strategia verde da parte di BlackRock. L’attenzione di BlackRock al tema è sicuramente positiva, ci piace però riconoscere anche il ruolo primario di altri gestori patrimoniali che, attraverso investimenti sostenibili, hanno generato positivi sviluppi nell’affrontare i cambiamenti climatici.

A quali iniziative si riferisce?
La Generation Investment Management, ad esempio, con sede nel Regno Unito, è stata pioniera negli investimenti sostenibili sin dalla sua fondazione, nel 2004. Numerosi fondi pensione e sovrani – come Norges Bank Investment Management – hanno fissato degli standard sulla divulgazione climatica e ne hanno identificato i rischi. Alleanze e iniziative tra asset manager, quali Net Zero Asset Owners Alliance – che attualmente comprende 27 investitori istituzionali, che rappresentano quasi 5 trilioni di dollari di risorse gestite – o l’iniziativa per gli investitori Climate Action 100+, stanno coinvolgendo le aziende nella riduzione delle emissioni, nel miglioramento della governance e nella comunicazione di informazioni finanziare correlate al clima.



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