Dalla Resistenza partigiana, alla lotta alla mafia e al terrorismo degli anni di Piombo. Ecco chi era il generale ucciso in un agguato mafioso a Palermo il 3 settembre 1982.

L’impegno contro la mafia, la lotta al banditismo, gli incarichi contro il terrorismo negli anni di Piombo. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato una figura di spicco delle istituzioni italiane e il suo omicidio, compiuto dalla mafia alle 21:15 del 3 settembre 1982, a Palermo, è stato uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana.

Nell’esecuzione di Dalla Chiesa, ordinata da Cosa Nostra, persero la vita anche la moglie Emanuela Setti Carraro, che si trovava al posto di guida dell’Autobianchi A112, e l’agente di scorta Domenico Russo, che seguiva la coppia a bordo di una seconda auto. Dalla Chiesa era stato da poco nominato prefetto di Palermo. Nel 2019, una delle tracce della prima prova dell’esame di maturità è stata dedicata proprio al generale Dalla Chiesa.

L’inizio della carriera

Nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920, Carlo Alberto dalla Chiesa è il figlio di Romano, generale di divisione dei carabinieri. Entra nell’esercito a 21 anni, si laurea in giurisprudenza a Bari, il suo primo incarico da carabiniere è a San Benedetto del Tronto. Sempre nelle Marche, dopo essersi rifiutato di combattere i partigiani negli ultimi anni della guerra, entra nella Resistenza, unendosi alla Brigata Patrioti Piceni. Finché con la Liberazione viene incaricato di garantire la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell’Italia liberata. Ma presto torna operativo in Campania, al Comando compagnia di Casoria (Napoli), dove nasce anche sua figlia Rita.

L’incarico in Sicilia

Nel 1949 riceve il suo primo incarico in Sicilia, nel Comando forze repressione banditismo, una formazione per combattere le bande criminali dell’Isola, a cominciare da quella del bandito Salvatore Giuliano. A Corleone (PA), ormai capitano, indaga sulla scomparsa del sindacalista socialista Placido Rizzotto, fino a incriminare per omicidio il boss Luciano Liggio. Il processo tuttavia produce una serie di assoluzioni e non riesce a colpire seriamente la criminalità organizzata. In questa occasione conosce il politico e sindacalista Pio La Torre: anche lui sarà vittima della mafia, ucciso pochi mesi prima di Dalla Chiesa.

I continui trasferimenti

Dalla Sicilia viene trasferito a Firenze, poi a Como e ancora al comando della Brigata di Roma, fino ad arrivare a Milano nel 1964 per coordinare il nucleo di polizia alla Corte d’appello. Ma nel 1966 è di nuovo in Sicilia dove da colonnello guida per sette anni il Comando della Legione di Palermo. Sono gli anni della strage di viale Lazio (uno dei più sanguinosi regolamenti di conti di Cosa Nostra), della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, degli omicidi del commissario Boris Giuliano e del procuratore Pietro Scaglione. Nel 1973 però deve ancora lasciare la Sicilia per dedicarsi, da generale, alla lotta al terrorismo e alle Brigate Rosse. È a capo del Nucleo Speciale Antiterrorismo e i risultati che ottiene lo portano presto a diventare generale di corpo d’armata. Nel 1982, dal governo di Giovanni Spadolini, con Virginio Rognoni come ministro dell’interno, arriva la nomina a prefetto di Palermo. I poteri speciali promessi per combattere Cosa Nostra, però, non arriveranno mai.

L’omicidio a Palermo

Il generale accetta comunque il suo incarico e torna in Sicilia assieme alla sua seconda moglie, Emanuela Setti Carraro, sposata il 10 luglio 1982. La prima, Dora Fabbo, madre di Rita e dei suoi fratelli Nando e Simona, era scomparsa per un infarto nel 1978. Nonostante la mancanza di poteri e mezzi richiesti, Dalla Chiesa comincia la sua battaglia contro Cosa Nostra. Ma appena quattro mesi dopo la sua nomina a prefetto viene ucciso: è il 3 settembre del 1982. Sono da poco passate le 21 quando in via Carini una motocicletta e una BMW affiancano l’auto di Carlo Alberto dalla Chiesa e quella della sua scorta e fanno fuoco con due AK-47. I coniugi Dalla Chiesa muoiono sul colpo mentre l’agente Domenico Russo morirà dodici giorni dopo. Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: “L’operazione Carlo Alberto è conclusa”. Sul luogo del delitto spunta, appeso a un muro e scritto a mano, un cartello: “Qui è morta la speranze dei palermitani onesti”.

Le condanne

Come mandanti del triplice omicidio sono stati condannati all’ergastolo i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. La condanna agli esecutori materiali arriverà soltanto nel 2002, quando la Corte d’Assise ha riconosciuto la colpevolezza dei killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia e dei collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.





Articolo tratto dal Portale di Informazione InfoDifesa